Dj
L’mc era un tizio grasso e nero, riga di pizzetto sopra il doppio mento, che sulle guance diventava basette, cappellino da baseball schiacciato in testa. Indossava pantaloni militari e t-shirt oversize, afflosciata sui fianchi. Ha agguantato il microfono e tenendolo schiacciato contro le labbra, un braccio teso in avanti, verso il pubblico, sparava sul pubblico rime dritte e affilate come lame, mentre con la testa scandiva il ritmo ipnotico, yo!, yo!, yo! Dietro di lui nell’atmosfera blu-magenta del Gate 52, un tizio in canottiera, muscoloso, pelato, tatuato da cima a fondo, gestiva i banchi di rumore da un MAC portatile, surfava sulle onde sonore ondeggiando con tutto il corpo, era in trance musicale e si lasciava andare a gesti eclatanti, come se, invece di girare delle manopole, scagliasse lampi tuoni e saette sul pubblico. Accanto a lui, dietro l’mc, un cino-americano, capelli a stella, occhi a mandorla, saltellava in preda al groove, si dimenava skretchando, faceva zigzagare la puntina sul solco. Questi due, in quel momento, avevano il controllo delle menti, ad ogni giro di manopola la gentaglia in pista reagiva sbracciandosi, ad ogni salto di puntina sul disco il karmakoma pervadeva i centri nervosi, sciogliendo i muscoli e le menti accecate dalle scintille di luce, dallo sferragliare dell’evento sonoro. In quel preciso istante i dj erano Dio e avrebbero potuto uccidere la folla con un giro di manopola, perché controllavano la musica.
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